Piombino posta sull'omonimo promontorio, trae la sua origine da una zona primitivamente formata da numerosi corsi d'acqua che, fino ad alcuni secoli fa, percorrevano tutta la pianura formando due stagni, quello di Piombino o delle Monache e quello di Rimigliano. Entrambi nel corso del tempo divennero paludi e soltanto un'opera di bonifica successiva le risanò.
Il nome della città deriva da "Populino" ovvero piccola Populonia che poi divenne" Palumbino" e poi Piombino. La Repubblica di Pisa, dalla quale Piombino era governata, aveva, oltre al porto pisano, il porto di Falesia a Piombino, che nel 1466, quando fu costruito il Porticciolo della Marina, prese il nome di Portovecchio. Nel 1022 il monastero di San Giustiniano a Falesia, sorto a un Km di distanza da Piombino, in prossimità del mare, accolse e favorì l'attività di pescatori, naviganti e lavoratori, durante quasi tutto il secolo e da quella, ebbero origine altre costruzioni, compresa la Rocca e le torri intorno allo sperone di roccia della Rocchetta, poi nominato Palazzo Bovio e conosciuta oggi con il nome di Piazza Bovio.
Nel 1115 la città di Piombino era nelle mani del feudatario che era l'Abate del Monastero, cittadino della Repubblica di Pisa. Sotto di sé aveva i "Fedeles", rappresentanti del popolo di Piombino e sopra di sé aveva l'Arcivescovo di Pisa, i Consoli ed il comune di Pisa. La Rocca di Piombino era presidiata dai soldati pisani. Il Torrione (o Rivellino) risale all'anno 1447; al suo interno due epigrafi visibili, scritte a distanza di un secolo l'una dall'altra, rilevano la situazione Piombino nel periodo. Nella prima epigrafe, posta intorno alla porta di ingresso del Torrione, si fa riferimento a Rovigo Monaco che, avendo ricevuto l'incarico di Console, iniziò la costruzione di questa torre; mentre nella seconda epigrafe, situata sul lato destro della porta del monumento, si evince come l'autorità dell'abate fosse ormai stata soppiantata dall'istituzione di tre Consoli piombinesi che comunque a loro volta, già mezzo secolo dopo lasciano il posto alla figura del Capitano, incaricato da Pisa di governare dal punto di vista civile e militare Piombino, l'Isola d'Elba e Baratti, come viene ricordato nella costruzione del Porticciolo e dei Canali di Marina eseguita nel 1248. Le sei cannelle che costituiscono la fonte dei Canali in alto, hanno l'immagine della Madonna scolpita in mascheroni che nel 1618 furono realizzati in bronzo.
In fondo all'attuale Corso Vittorio Emanuele II, si incontra il Palazzo Comunale con l'annessa Torre civica, inizialmente chiamato Palazzo degli Anziani. Il Palazzo Comunale fu costruito tra l'anno 1435 e l'anno 1444 ad opera di Mastro Nanni di Mogio di Terranova in Valdarno. La Torre civica fu costruita alla fine del secolo XVI, quando gli Anziani affidarono i lavori al maestro Francesco di Leone. Fu poi demolita nel 1938 e ricostruita. In tale occasione vi fu trasferita la campana del Torrione, fusa nel 1778, sulla quale si trovano le immagini con epigrafe della Madonna di Cittadella e di S.Anastasia.
Sul lato sinistro del Palazzo Comunale, percorrendo la via in salita che conduce al Poggio dove sorge il Castello, si trova la Casa delle Bifore, conosciuta anche con il nome di "Palazzo di Martino di Brancaccio" o "Casa Minelli": si tratta dell'unica testimonianza in Piombino di architettura civile duecentesca, per di più conservata quasi intatta. Si presume che la realizzazione della Casa delle Bifore sia opera di un Guelfo o di un simpatizzante dei Guelfi e che risalga al periodo compreso tra il 1284 e il 1289. Di fatto essa scampò in tutto o in parte ai soldati pisani che perseguirono i Guelfi fuggiaschi rifugiatisi a Piombino in conseguenza degli esiti della battaglia della Meloria e ne bruciarono le abitazioni. La battaglia della Meloria, combattuta tra Pisani e Genovesi che ormai da tempo si contendevano il potere su Piombino, vide i secondi vincitori e la condanna a morte del Conte Ugolino.
Il Castello di Piombino ha origine dalla iniziale struttura del "Cassero pisano" del XIII secolo, porta sud della città, contemporaneo per costruzione al Torrione, del quale rispecchia sia le proporzioni che il tipo di materiale impiegato. Nei secoli XV e XVI la porta venne incorporata in una fortificazione centrale che si riscontra nel Castello attuale e che veniva appunto chiamata "Cassero"; mentre il "Poggio al Cassero" era il nome della punta sul mare dove esso si trova. Un intervento per potenziare la fortificazione si ebbe da parte di Leonardo da Vinci nel 1504 che, pur non riuscendo a realizzare i suoi progetti, dette un'impronta rilevante allo stile rinascimentale delle fortificazioni a cui si interessò. Durante il dominio di Cosimo I de Medici (1552-1557) si procedette ad un ulteriore rafforzamento, realizzando una struttura a forma di stella, tipica delle fortezze litoranee toscane dei secoli XV e XVI.
Successivamente, per aggiudicarsi il dominio su Piombino, iniziò un periodo di aspri conflitti tra nobili famiglie patrizie finché Gherardo Appiani, figlio di Iacopo I che era divenuto signore di Pisa nel 1398, fondò la Signoria di Piombino di cui facevano parte anche l'Elba, Pianosa, Montecristo, Scarlino, Buriano, Suvereto e Populonia. Nell'impossibilità di reggere tutto questo dominio, Gherardo vendette la Signoria di Pisa a Galeazzo Visconti di Milano e si riservò Piombino ed i paesi citati. Fece edificare la sua residenza a Piombino nella Piazzerella (attuale Piazza Bovio) e, alla sua morte, con disposizione testamentaria, lasciò lo Stato al figlio Iacopo II sotto la tutela della madre, donna Paola Colonna. Costoro governarono Piombino ponendolo sotto la protezione di Firenze prima, di Siena poi, e infine nuovamente di Firenze. Alla morte di Iacopo (1441) e di donna Paola (1445), successori furono la figlia di costei, Caterina, ed il genero Rinaldo Orsini.
Durante il suo governo una grossa minaccia per l'integrità della Signoria fu l'assedio di Alfonso I d'Aragona, re di Napoli. Rinaldo Orsini, giovandosi anche di aiuti senesi e fiorentini, resistette stoicamente all'assedio, costringendo Alfonso d'Aragona a ritirarsi e salvando l'autonomia del proprio stato. Nel 1450 Rinaldo Orsini morì di peste e stessa sorte subì, l'anno successivo, anche sua moglie, che nel frattempo si era ritirata a Scarlino.
Il Principato passò al fratello di Gherardo, fondatore della Signoria di Piombino, Emanuele Appiani e poi a suo figlio Iacopo III nel 1457. Quest'ultimo, poco idoneo al ruolo di governatore in quanto di natura generosa, dedito ai piaceri e di scarsa integrità morale, si fece costruire il Palazzo Residenziale Villanova che oggi è chiamato Cittadella in sostituzione del vecchio Palazzo Appiani che si trovava in Piazza Bovio, annesso alla chiesa di S. Lorenzo. Un'altra chiesa, costruita dalla corporazione dei marinai nel secolo precedente, fu fatta ampliare ed abbellire con un portico rinascimentale e qui fu trasferita la chiesa della parrocchia che prese il nome di S.Antimo. A Iacopo III successe il figlio Iacopo IV. Durante il suo governo il Principato fu occupato da Cesare Borgia, sostenuto dal papa Alessandro IV, alla morte del quale, il duca Valentino rinunciò a Piombino, dove tornò a signoreggiare Iacopo. Durante il governo del duca Valentino, fu presente a Piombino Leonardo da Vinci, prima nel 1502 per occuparsi di un progetto sulle opere di bonifica delle paludi e poi, nel 1504, per studiare il potenziamento delle fortificazioni di Piombino. Iacopo IV fu il primo a far coniare monete d'oro presso la zecca che si trovava nel paese di Marciana, all'Isola d'Elba. Nel 1511 morì ed il Principato fu lasciato al figlio Iacopo V e poi a Iacopo VI, sotto la tutela della madre Elena Salviati. Alla morte di Elena Salviati, Cosimo de Medici riuscì ad impossessarsi del Principato. Durante la guerra tra spagnoli e medicei contro senesi e franco-turchi, la vittoria dei primi comportò però anche la rinuncia dei Medici a Piombino, in cambio di Siena e Portoferraio. Il figlio di Iacopo VI, Alessandro, ebbe allora il comando del Principato, ma la sua condotta non convinse i piombinesi, le cui principali famiglie congiurarono contro di lui, lo uccisero ed affidarono il Principato allo spagnolo Felice d'Aragona, comandante del presidio. La lotta per il possesso di Piombino proseguì con alterne vicende tra fiorentini, Appiani e napoletani, finché gli spagnoli la cedettero a Niccolò Ludovisi principe di Venosa e, dopo la sua morte, alle di lui figlie.
Nel 1801 i francesi conquistarono il Principato e Napoleone nel 1805 lo assegnò alla sorella Elisa Baciocchi, che andò ad abitare, durante i suoi periodi di residenza in città, nel Palazzo delle Delizie, dietro Cittadella. Sotto Elisa Baciocchi, fu creato il codice rurale del Principato di Piombino. La sede parrocchiale di Piombino fu trasferita nella chiesa di S.Agostino, ora S.Antimo, trasformando la precedente S.Antimo e l'annesso monastero di S.Anastasia in ospedale. La chiesa di Sant'Antimo sorse, con il nome di San Michele, ad opera degli Agostiniani; nel corso del tempo venne ingrandita e nel 1374 fu ricostruita, come si rileva da una lapide sotto la quale si trova lo stemma dei Gambacorti. Da San Michele, prese più tardi il nome di Sant'Agostino e infine quello di Sant'Antimo.
Piombino proseguì la sua storia passando dal Principato al Granducato di Toscana, in conseguenza degli accordi raggiunti durante il Congresso di Vienna. Nel secolo XIX e nel successivo, la città continuò la sua evoluzione politica, economica e sociale rafforzandosi nel periodo della comparsa dell'industria e raggiungendo un nuovo assetto nell'epoca più moderna, fino ai nostri giorni.

POPULONIA
Percorrendo la strada di Baratti, in un tipico paesaggio mediterraneo, con pini ad ombrello, arbusti selvaggi e bassa vegetazione, costeggiando la nota spiaggia del golfo omonimo, già in lontananza si scorge Populonia. Il piccolo borgo, posto in cima al promontorio di Piombino, sulla punta occidentale, a picco sul mare, con le poche case ed un Castello medievale, è oggi meta di visitatori alla ricerca di scorci di storia e suggestioni.
Il Castello di Populonia, compreso tra le mura del borgo, costruite per difendersi dalle minacce dei barbari, ebbe origine nella prima metà del XV secolo, sotto Iacopo II Appiani e fu restaurato nel secolo scorso. Durante l'epoca villanoviana, esistevano due nuclei che più tardi divennero una sola città: la parte alta, era riservata ai templi ed alle residenze etrusche; mentre in basso, fuori dalle mura e a pochi passi dal mare, dove si trova la necropoli, si estendeva la parte marittima e industriale, compresa in tutta la baia di Baratti. La parte bassa si difendeva con le mura che percorrevano tutto il Poggio della Guardiola, fino a raggiungere la cinta dell'acropoli. Le scoperte archeologiche costituiscono il prevalente richiamo per i visitatori.
Aggirandosi per la necropoli, tra le tombe oggi riportate in luce dopo anni di ricerche e scavi, si ha l'impressione di vivere in una vera città etrusca e ciò è confermato dalle scritture di vari storici Elaborando infatti un'analisi complessiva, gli etruschi risultano a molti come un popolo che della morte aveva fatto ragione di vita, tanto che in definitiva essi dedicavano tanta premura alla costruzione del mondo dei morti, quanta non ne mettevano in quella della vita di tutti i giorni.
Nel XVIII secolo Giampaolo Murra di Cagliari considerò Populonia come una parola tirrenica con un significato inerente a metalli o miniere e che in Sardegna un altro luogo portasse lo stesso nome.
Alessio Linimaco Mazzocchi analizzò il nome dividendolo in due parti: populus Oenae; cioè popolo (colonia) di Volterra. Carlo Battisti in epoche più recenti analizzerà la parola modificandone il significato nella prima parte e quindi facendola discendere dall'etrusco Jupluna che indicherebbe il possesso di un popolo come aggregato supertribale e quindi Populonia indicherebbe la città, il porto, il promontorio, oggi di Piombino ed il territorio adiacente, comprese anche le Aquae Populoniae (di Caldana, a Venturina). Decisamente screditata è la possibile derivazione del nome Populonia dalla dea Populonia ricordata da Sant'Agostino tra le divinità pagane a cui erano devoti i romani. La teoria secondo la quale Populonia sia collegata a Fufluns, divinità etrusca corrispondente al greco Bacco o Dioniso, trova concordi molti studiosi.
La città di Populonia, secondo le testimonianze classiche di cui disponiamo, risulta con probabilità, o fondata dai corsi e poi conquistata dai volterrani; oppure costituitasi inizialmente come colonia di Volterra e successivamente presa dai corsi, finché tornò indipendente con l'aiuto dei volterrani.
L'ipotesi che sia stata Volterra a fondare Populonia, è comunque più dubbia in quanto le tombe volterrane sono più recenti e non somigliano a quelle di Populonia per corredi funebri ed altri particolari.
Populonia è l'unica città etrusca che abbia utilizzato per il commercio un sistema di monetazione antico ed è la sola città etrusca posta sul mare; ma non il solo porto. Fu sfruttata prima per l'agricoltura, poi per la navigazione e per l'industria del rame e in seguito più consistentemente per la produzione di ferro, iniziata quest'ultima probabilmente nel 400 a.c. Sia il rame che il ferro, si ottenevano dalla lavorazione dei minerali provenienti dalla zona di Campiglia e dell'Isola d'Elba.
La floridezza di Populonia, durata circa un secolo e mezzo, fu di fatto determinata dalla sua posizione nel golfo, ben riparato da scogliere e non lontano dalle isole tirreniche. Come ubicazione era compresa nei percorsi della navigazione tirrenica e costituiva punto di appoggio di quella orientale. I greci, intenzionati a creare colonie nell'alto tirreno, procedettero per mare fino a questa zona dove furono osteggiati dagli etruschi alleati ai cartaginesi.
I siracusani si fecero avanti nel 474 a.c. a Cuma, riuscendo a conquistare la Campania e di qui si espansero nel Tirreno settentrionale ed infierirono sulle coste etrusche nel 454-453 a.c.; finché, nel 384 a.c. Dioniso I raggiunse i porti etruschi assicurandosi la Corsica e l'Isola d'Elba.
Le descrizioni della città degli scrittori classici, si riferiscono ad un momento di decadenza della sua fortuna e quindi al suo aggravarsi nel corso del tempo. Populonia nel 282 a.c. fu assediata durante la guerra tra Galli e Romani, e poi nell'80 a.c., con la guerra tra Mario e Silla. Con la vittoria di Silla, i siliani irruppero in Populonia, distruggendo le famiglie e deturpando la città; successivamente invasero Volterra che fu sconfitta dalla fame. Nel 546 d.c. Populonia fu invasa e saccheggiata da Totila, capo dei Goti e nel 570 d.c. subì l'intervento del longobardo Gummaruth.
Carlo Magno concesse la città a papa Adriano nel 772 d.c. La completa devastazione della città fu provocata dai pirati, probabilmente greci o mori, che sbarcarono con dodici navi, nell'anno 809d.c.
I pochi abitanti rimasti a Populonia vennero supportati dal vescovo di Roselle che mandò un prete e due diaconi. Il vescovo di Populonia era proprietario di terre, prima feudali, poi semplicemente come possesso, fino a qualche secolo fa. Nel 1044 compare la chiesa di San Quirico, che poi divenne monastero nella prima parte del XI secolo. Dopo la comparsa del monastero, iniziarono le donazioni in cui si misero in evidenza le famiglie Della Gherardesca e degli Aldobrandeschi.
Nel XIII secolo Populonia, attraversando un nuovo periodo di depressione, passò la Corsica al Monastero di Montecristo e verso la metà del secolo non rimanevano che un abate ed un monaco; allora il vescovo di Massa, cedette il monastero ai Guglielmiti, dell'ordine di Sant'Agostino che comunque tempo dopo lo abbandonarono; il monastero divenne Abbazia. L'abbazia successivamente fu soppressa.
Oggi di San Quirico non rimane che qualche rudere difficilmente individuabile nella macchia.
Per ordine di Iacopo II, nel XV secolo venne costruito il castello nella parte alta di Populonia, come fortezza, per fronteggiare gli assalti dei pirati. Nel 1502, Leonardo da Vinci, durante la sua visita a Piombino, si interessò anche della zona di Baratti studiando alcuni metodi di risanamento e miglioramento nelle difese; ma, di tali iniziative, non è rimasto niente. Con un suo secondo intervento nel 1504, Leonardo elaborò un piano che prevedeva, oltre al potenziamento delle fortificazioni di Piombino, anche lo stanziamento di una zona a fini militari nel Golfo di Baratti ed il prosciugamento della palude; ma anche questi propositi non trovarono messa in opera. Sappiamo che durante il suo periodo di splendore, la città contava dai venti ai venticinquemila abitanti; in seguito al decadimento questi andarono diminuendo; nel 1833 erano 108 e così, quasi disabitata, è arrivata fino a noi. Fu nel 1840 che ebbero inizio le ricerche archeologiche che alle Grotte e alle Buche delle Fate scoprirono tombe ad ipogeo della fine del IV secolo a.c. Nel 1897 Isidoro Falchi riportò alla luce la Tomba dei Letti funebri nel podere di San Cerbone. Nel 1908 sono state riesumate tombe ed inumati a fossa dell'epoca villanoviana, non più per opera di archeologi privati, ma grazie ai piani del Governo. Nel 1914 furono rinvenuti sepolcretti nella zona di San Cerbone e a Poggio delle Granate. A San Cerbone, sempre in quell'anno, iniziò lo scavo della Tomba dei Carri, la più grande della necropoli e che proseguì nell'anno 1921.
Nel 1922 la società "Populonia" rinvenne tombe a fossa, a cremazione, a inumazione e a camera.
La Tomba delle Pissidi Cilindriche è stata scoperta nel 1925, poco prima di quella senza nome e di quella delle Tazze Antiche, tutte a San Cerbone. Ancora a san Cerbone è riemersa la Tomba dell'Aryballos Piriforme nel 1934 e quella del Balsamario nel 1958. Altre tombe nel campo chiamato "La sughera della capra"furono scoperte nel 1930-1934 e altre sul Poggio della Fredda. Nel 1960 fu trovata intatta, la Tomba dei Colatoi, con scheletri e oggetti preziosi. Nella zona delle tombe anonime, nel cimitero presumibilmente utilizzato per i più poveri, nel 1957 vennero alla luce quattro tombe; altre tombe ancora, sarcofagi ed urne, furono ritrovate negli anni cinquanta. La Tomba del Bronzetto di Offerente nella zona del Casone fu ritrovata quasi intatta nel 1957, risalente al VI secolo a.c.
Purtroppo, la zona degli scavi ha subito spesso furti, prima da parte degli antichi romani (oggetti d'oro), poi per mano di scavicchi e tombaroli col proposito di appropriarsi dei reperti, rivendendoli ad antiquari o a collezionisti noncuranti. Salendo verso Populonia alta, sulla sinistra troviamo le arcate di una villa romana; più avanti si accede al borgo attraverso un arco. Ci troviamo nella piccola via costeggiata da negozietti di souvenir e altro; alle spalle il Castello, costruito con pietre delle antiche mura etrusche, in un'atmosfera che vale la pena respirare. Stiamo camminando già da alcuni chilometri, su territorio etrusco e, sotto il sole o sotto le stelle, visitare la Baia incantevole di Baratti ed il piccolo centro di Populonia, sedersi un attimo e guardare intorno, ci fa sentire tutta questa storia addosso, e noi ne facciamo parte.

Turismo in Val di Cornia